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L'altro noir

L'altro noir

questa discussione ha 31 risposte ed è stata letta 761 volte

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Vecchio 19-10-2008, 08.08.45
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Arrow L'altro noir

Abbiamo quasi sempre scritto di autori di thriller/gialli/noir, italiani o americani. Oltre a Stieg Larsson, scrittore svedese in auge con il suo "Millenium", di cui si è ampiamente parlato in questo spazio, vorrei aprire una nuova discussione sugli stranieri poco conosciuti, che si sono cimentati in questo genere.

Invito tutti a intervenire.

Comincerò io con uno scrittore austriaco, Paulus Hochgatterer




Luogo: una cittadina della provincia austriaca, Furth, sulle rive di un lago che è la risultante immaginaria di vari luoghi realmente esistenti.
Personaggi e interpreti in ordine sparso.
Raffael Horn, psichiatra infantile, trasferitosi da Vienna con la moglie Irene, musicista, entrambi per delusioni in campo professionale; un figlio, Tobias, dislessico e comunque problematico.
Ludwig Kovacs, commissario, un matrimonio fallito con Yvonne alle spalle, un rapporto quasi inesistente con la figlia Charlotte, un presente con Marlene solo per il sesso e infine un telescopio per guardare le stelle.
Daniel e Björn Gasselik, figli di un proprietario di un autosalone, violenti, disturbati, con la testa piena degli eroi di Guerre Stellari, capaci di tagliare la gola a molti animali nel circondario.
Padre Joseph Bauer, sacerdote benedettino, con grossi problemi psichiatrici e sull’orlo della dissociazione, sempre con gli auricolari anche quando celebra messa e con una spiccata passione per la corsa.
E poi, in ordine sparso: una comunità attraversata dall’immigrazione multietnica (italiani, turchi), venata di razzismo in alcuni suoi esponenti politici; un padre, in cura da Horn, che picchia moglie e figlia; una madre in crisi depressiva post partum; un apicoltore ossessionato dai fantasmi del passato bellico; casi umani di vario genere tra i quali la piccola Katharina, diventata muta dopo che ha visto il nonno morto con la testa sfracellata.

Una “tranquilla” cittadina austriaca dunque che fa emergere un’umanità assai malata dove il compito del medico vero e proprio, Horn, e di quello per così dire “sociale”, Kovacs, è reso assai difficile dal contesto in cui si muovono separatamente ma parallelamente: non a caso chiude il romanzo una loro telefonata in cui si comunicano il nome del responsabile dell’orribile assassinio, raggiunto autonomamente attraverso gli itinerari della scienza investigativa e della psichiatria.

Nessuno si salva: anche Horn denuncia a volte un certo svagato cinismo e comincia anche a parlare ad alta voce; e Kovacs non vuole riprendere una vita familiare, si accontenta di quel poco che realisticamente può chiedere alla vita anche se talvolta alza gli occhi al cielo col suo telescopio.
Troppo facile vedere l’autobiografismo dell’autore, Paulus Hochgatterer, psichiatra ultraquarantenne dedito anche alla scrittura; troppo semplice rintracciare nel modello simenoniano (la provincia verminaio di inconfessabili segreti) l’influenza più evidente.
Meno scontato è il punto di vista dello scrittore: gli psicotici soffrono ma talvolta è come se giocassero con la loro malattia; lo psichiatra è anch’egli, a modo suo, disturbato e con problemi familiari; un finissimo velo di ironia si stende su una materia incandescente in cui thriller e indagine sociale si fondono in un continuo aggrovigliarsi di piani fino alla soluzione, sorprendente sì, ma che affonda le sue radici nel passato della guerra.

Se non fosse per qualche tecnicismo di troppo e per qualche compiacimento nell’esporre i casi esemplari nella vita professionale del dottor Horn, La dolcezza della vita sarebbe un’ottima scoperta.
Tutto “sottratto”, rimane una discreta prova in un ambito, il noir di lingua tedesca, ingiustamente dimenticato dalla nostra editoria.

fonte: Massimo Carloni su www.thrillermagazine.it

Ciao!
Teresa
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Vecchio 27-10-2008, 08.12.30
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Predefinito Svezia - Leif GW Persson




Si possono scrivere ben 550 pagine di un noir classicamente svedese (con tanto di dedica iniziale ai precursori Sjöwall & Wahlöö, “che l’hanno fatto meglio di quasi chiunque altro”) attorno a un solo omicidio?

Si può per tre quarti del romanzo affidare l’indagine all’ineffabile commissario dell’Anticrimine di Stoccolma (in missione a Växjö) Evert Bäckström che, oltre ad avere una smisurata autostima (come “vero poliziotto”, come ineguagliabile dongiovanni, come mente sopraffina), non riesce a far altro che schedare col DNA mezza popolazione e, soprattutto, sbronzarsi, molestare sessualmente una giornalista (con il suo “supersalame” declassato dalla vittima a “piccolo würstel raggrinzito”), guardare film porno a carico dello stato e far la cresta sulle fatture di rimborso spese?

Si può per le solite 550 pagine e 100 microcapitoli prendere allegramente per i fondelli non solo i poliziotti inetti come Bäckström o pazzi come l’ex capo della polizia Nylander, ma anche le tentazioni scientiste alla CSI, l’operato di detective seri e tenaci come il commissario Jan Lewin (in fase di divorzio e tendente alla depressione, ma in sostanza il vero artefice della scoperta del colpevole) e persino il carisma del superpoliziotto Lars Martin Johansson, protagonista dei precedenti romanzi e qui declassato a spalla, pur nella veste di nuovo capo della polizia?

Si può infine strizzare ironicamente l’occhio al lettore fedele di noir scandinavi (in patria e all’estero) alludendo ai propri colleghi di delitti (di carta)? È solo un caso che la ragazza assassinata, allieva di polizia, si chiami Linda Wallin, quasi come la Linda Wallander (per un periodo anche lei allieva poliziotta) creata dallo svedese Henning Mankell? O che il padre della suddetta Linda si chiami Henning (vedi sopra)? O che una collaboratrice di Lars Martin Johansson si chiami Anna Holt quasi come la “giallista” norvegese Anne Holt? O — ma qui forse entra in gioco la nostra paranoia di specialisti — che l’altra collaboratrice del capo di nome faccia Lisa (quasi) come la svedese Liza Marklund?

Sì, tutto questo è possibile, anzi è avvenuto in Anatomia di un'indagine di Leif GW Persson, criminologo svedese che sembra spassarsela un mondo (e non da adesso) nello smontare tutti i luoghi comuni sulla tradizionale trasparenza e correttezza della società scandinava.

Perché oltre ai poliziotti depressi, pazzi, alcolisti, meschini, narcisisti ci sono giornalisti che per una notizia sarebbero disposti a tutto, politici di sinistra che vivono in lussuose ville, ex mariti maneschi che entrano a far parte di un comitato per proteggere le donne e via dicendo.

Non si salva proprio nessuno dalla penna acuminata del nostro Persson e, a dirla tutta, neppure il lettore: perché se tutto il romanzo sembra un perfetto vademecum di come NON si debba fare un’inchiesta e, soprattutto, di come NON sia la Svezia degli ultimi decenni, tuttavia l’interminabile succedersi di pagine e pagine in cui non succede quasi nulla lascia il segno. Sì, lo sappiamo che magari Persson fa il verso alla spesso insulsa procedura della vera polizia svedese e di quella letteraria di maggior successo (quante pagine del nostro amato Mankell avremmo sacrificato a un ritmo più serrato?); comprendiamo che sta portando alla massima tensione la vis polemica dei suoi modelli Sjöwall & Wahlöö, pur utilizzando l’ironia la posto dall’aperto sarcasmo; e possiamo accettare che in un panorama sempre più affollato (in patria e ora anche in Europa) uno scrittore di noir debba scegliere strade sempre più impervie per segnalare la propria diversità.

Però, accidenti, almeno un altro morto, disseminato dove voleva lui, non poteva regalarcelo?

fonte: Massimo Carloni su www.thrillermagazine.it
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Vecchio 27-10-2008, 08.17.58
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Si possono scrivere ben 550 pagine di un noir classicamente svedese fonte: Massimo Carloni su www.thrillermagazine.it
ma in definitiva, com'è questo libro?

sono rimasta con la curiosità. non ho capito se la recensione lo promuove o lo stronca. isomma, 'ste 550 pagine valgono il tempo e la fatica????
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Vecchio 27-10-2008, 08.20.50
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ma in definitiva, com'è questo libro?

sono rimasta con la curiosità. non ho capito se la recensione lo promuove o lo stronca. isomma, 'ste 550 pagine valgono il tempo e la fatica????
Il voto è 7, quindi credo ne valga la pena..anch'io sono curiosa di leggerlo

Adesso ne posto un altro..

Ciao!
Teresa
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Vecchio 27-10-2008, 08.28.45
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Predefinito Spagna - Juan Madrid



Raramente avevo letto un libro così avvincente da tenermi incollata alla poltrona dalla prima all’ultima pagina. Pubblicato in Spagna nel 1994 è stato tradotto in italiano e pubblicato da Alacran solo nel febbraio 2007. Presentato a Milano dall’autore presso la libreria del giallo il due marzo nel corso di un viaggio in Italia invitato dall’Istituto Cervantes. I racconti sono divisi in 5 sezioni per tema - l’amore, la strada, le donne, la polizia e la morte. Tutti ambientati a Madrid, nel quartiere di Malasaña dove l’autore, quando non è in giro per il mondo a tenere seminari di letteratura nelle varie università ispaniche, vive. La scrittura risente dell’influenza di Pio Baroja, alla trilogia su Madrid del quale l’autore ammette di ispirarsi. I protagonisti sono gente comune, con esistenze difficili, le storie sono di vita quotidiana, piccole storie che sulle cronache dei giornali non troverebbero spazio. Alcune sono dure, spietate, ma anche i temi più toccanti quali la violenza sui bambini vengono trattati con rispetto e con grazia. Juan Madrid, nato nel 1947 ha pubblicato una quarantina di opere tra romanzi, racconti saggi. Da 2 suoi libri sono stati tratti film, di Tanger è anche regista. E’ considerato uno dei massimi esponenti della letteratura noir spagnola. Laureato in storia, dopo aver insegnato per pochi anni, ha lavorato come giornalista e sceneggiatore. E’ autore di uno sceneggiato televisivo Brigada Central con protagonista un poliziotto gitano.

Una delle sue opere è un racconto di viaggio in Amazzonia alla ricerca delle guerriere Amazzoni, pubblicato in Italia da Frassinelli, per scriverlo aveva trascorso quasi un anno sul posto. Attualmente sta scrivendo una pièce teatrale comica su Francisco Franco. Uomo di grande cultura, intelligenza e classe, è molto piacevole da ascoltare. Cresciuto in un quartiere popolare di Malaga, Juan e i suoi fratelli erano gli unici bambini che non rubavano, grazie al fatto che in casa venivano lette le novelle di Salgari. Per aiutare la famiglia che era in difficoltà economiche dato che il padre, ingegnere e oppositore del regime franchista, era quasi sempre in prigione, cercavano il rame da rivendere frugando nei rifiuti. Juan Madrid aveva iniziato a scrivere a 9 anni dopo aver trovato un quaderno di computisteria nei rifiuti.

La sua prima opera fu una riscrittura di Sandokan nella quale figurava anche lui tra i personaggi. Anche Juan Madrid ha trascorso un anno in prigione per reati politici, occupandosi della biblioteca del carcere. I suoi libri sono tradotti in nove lingue, tra cui inglese, francese, tedesco, russo, greco, bulgaro e italiano.

fonte: Ambretta Sampietro su www.milanonera.com
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Vecchio 02-11-2008, 03.06.13
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A chi piacciono le ambientazioni mediterranee, consiglio i gustosissimi gialli di Petros Markaris, scrittore greco, sceneggiatore cinematografico e autore teatrale non proprio di primo pelo (è del 1937...).
Protagonista è il commissario Kostas Charitos, della polizia di Atene, una specie di Maigret ellenico più tormentato e malinconico.
In Italia sono stati tradotti quattro romanzi, tutti pubblicati da Bompiani (Ultime dalla notte, Difesa a zona, Si è suicidato il Che e La lunga estate calda del commissario Charitos) e una raccolta di racconti (I labirinti di Atene).
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Vecchio 02-11-2008, 03.13.46
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Una bella intervista a Markaris



Atene vista da Petros Markaris

Un autore greco che ha scritto per cinema (collabora da molti anni con Anghelopulos) e per televisione. Approdato al romanzo, è diventato un famoso giallista, creatore di un investigatore del tutto particolare, Kostas Karitos, un antieroe per eccellenza.

Lei è molto ironico nei suoi romanzi.
Anche nella vita. Senza ironia non sarei in grado di scrivere.

È arrivato al romanzo dopo aver attraversato altre forme di comunicazione? Quali sono secondo lei le differenze sostanziali della comunicazione televisiva, cinematografica e narrativa?

Due tipi di differenze: quella della persona che riceve la comunicazione cioè il pubblico, e quella che riguarda la persona che crea, che descrive. Quando si lavora per il cinema o anche per la televisione, l'opera è in realtà quella del regista. È lui che ha in testa dove vuole andare, che ha in mente il progetto. Quando lavoro con Anghelopulos (parlo di Anghelopulos non soltanto perché è un personaggio importante ma perché lavoro da trent'anni con lui) molti mi dicono: "ma come è possibile, tu scrivi dei polizieschi e lavori con Anghelopulos?", in realtà collaboro con lui perché mi rendo conto che in quel caso l'opera è sua, io lo aiuto solo a farle prendere forma e so che devo scrivere in un modo che corrisponda a quello che lui ha in testa. Anche quando scrivo per il teatro compio un lavoro indiretto: c'è un intervento esterno tra opera e pubblico, mentre nel romanzo c'è solo la pagina scritta e il lettore. Nel cinema lo spettatore vede il film del regista, non il mio lavoro; se legge, ha davanti a sé il mio libro. Quindi è un discorso innanzitutto di rapporto, di relazione. La televisione crea la situazione peggiore perché lo spettatore televisivo non è minimamente attivo, è seduto passivamente e praticamente beve tutto quello che gli viene dato. Quello che è importante è la volontà di far qualcosa: nella televisione la volontà non esiste. Diversa è l'esperienza di chi va al cinema: una persona esce di casa, sceglie un film, entra in un cinema, compra un biglietto e infine guarda quello che ha scelto di vedere. Così chi vuol comprare un libro va in libreria e lo compra, mentre nella televisione questo non succede, ci si siede e quel che arriva arriva. Per questo motivo, ho scelto di non lavorare più per la televisione, perché le decisioni vengono prese senza tenere in nessun conto il pubblico, abituato ad accettare tutto. Il vero pubblico in realtà sono le società che fanno pubblicità perché sono loro che pagano.

Dal cinema e dalla collaborazione con Anghelopulos ha tratto qualcosa per la sua scrittura?

Mi sono così abituato a fare sceneggiature che per poter cominciare a scrivere un romanzo ho bisogno di aver davanti agli occhi un'immagine, una specie di quadro della situazione iniziale. Se non ho questa immagine davanti, non riesco a trascriverla, né a descriverla. Non importa che cosa succede dopo: devo partire da un'immagine.

Come mai si è dedicato ad un genere letterario particolare come il romanzo giallo?

Sono sempre stato appassionato del poliziesco e ho letto moltissimi romanzi gialli. Sono stato fra i pochi che in Grecia hanno sempre considerato il poliziesco un genere letterario come tutti gli altri, mentre i miei connazionali pensano che sia una scrittura di seconda categoria (negli ultimi anni un po' meno). Senza aver deciso di scrivere dei polizieschi, mi sono trovato naturalmente vicino a questa "famiglia", una famiglia che già mi piaceva molto perché era semplice, vicina al quotidiano. Mi ha anche aiutato a superare l'ansia, la diffidenza che hanno sempre suscitato in me i poliziotti, perché io ho alle spalle una tradizione di sinistra. In Grecia fra dittature e varie repressioni, alla fine si è finito con l'odiare i poliziotti perché li si considera come la lunga mano del potere ed è un difficile tornare a vederli come uomini, come persone. Quando ho scoperto questa "famiglia", l'idea che potesse essere quella di un poliziotto, mi ha permesso di "far uscire il poliziotto dalla divisa" e di vederlo come un piccolo borghese che ha moglie, figli e che si preoccupa per loro. Quando, nel mio secondo libro, racconto e descrivo la figlia di Karitos dimostro come questa superi i limiti della sua stessa famiglia, proprio perché io stesso ho compiuto lo stesso percorso: ho superato i "confini" della mia famiglia come ha fatto questa ragazzina che, studiando, apprendendo molte cose dall'ambiente universitario, è riuscita a superare i confini del suo nucleo d'origine. Quando la madre, litigando col marito, a un certo punto arriva a dire che stavano meglio sotto la giunta dei colonnelli, la ragazzina si arrabbia furiosamente, ponendosi in questo modo fuori dal quadro familiare.

Descrive un'Atene che in Italia è quasi sconosciuta. Come sente la sua città e come la vive?

Ho con Atene un rapporto di amore-odio. Ci sono certe parti che detesto e ce ne sono altre che adoro: se la si guarda dal basso, è una città che respinge, viene subito la voglia di andare via. Se si supera quel primo momento e si rimane, si scopre un'altra Atene, molto misteriosa, zone che gli stranieri, e spesso anche gli ateniesi, non vedono. Molte volte l'ateniese medio non conosce l'Atene che ha intorno, vicina a lui. Ci sono parti della città che potrebbero apparire inventate, ma esistono, come esiste la violenza che descrivo. Non ho mai sentito Atene attraverso il Partenone, l'Acropoli o i monumenti: l'ho sempre vissuta come una specie di organismo vivente in cui le persone che vi abitano, si rivelano. E non vi abitano solo greci, ma anche bulgari, albanesi, pakistani. Io per esempio non vedo mai il Partenone anche se quando lavoro l'ho davanti a me.

Lei sente un arricchimento dall'avere radici e esperienze diverse. Dall'aver studiato altrove?

Credo che mi abbia aiutato molto vedere questa realtà non avendo dentro di me una tradizione nazionale: mio padre era armeno, mia madre greca, sono cresciuto in Turchia, ho studiato in Germania e in Austria e sono infine tornato in Grecia. Per cui il nazionalismo a me non dice nulla, è incomprensibile, anzi mi innervosisce.

Non sente di avere radici?

No, non le sento, sto benissimo dovunque io vada: sono in Germania e mi trovo a mio agio, così quando sono in Italia.

Il suo è un personaggio anomalo: come ha costruito questo detective così particolare?

Metà risposta gliel'ho già data: non sentendo le radici locali. So vedere l'uomo greco con un certo distacco, eppure vivo a contatto con i greci ogni giorno. Quando immaginavo Karitos da un lato pensavo al rapporto fra i miei genitori, due persone che si amavano molto ma che litigavano tutto il giorno, dall'altro vedevo anche me stesso, cioè commentavo attraverso di lui la Grecia: il suo modo di vivere, quello della moglie e della figlia non corrispondono assolutamente al mio, c'è somiglianza però nel suo rapporto con la Grecia. Mai figlia mi dice sempre che Karitos non esisterebbe se non avesse il mio humour.

Ci sono altri scrittori, sia della tradizione gialla o no, che lei ammira particolarmente?

Ci sono moltissimi scrittori che leggo con passione: amo particolarmente Simenon che è un grande scrittore; mi piace Raymond Chandler e Camilleri. Sono molto vicino agli scrittori dell'area del Mediterraneo: ad esempio quando leggo le avventure di Montalbano riesco a capire come mai pensi in quel modo, riesco a seguire il suo percorso. Ci sono ottimi scrittori di gialli del Nord Europa, ma li sento troppo lontani, mentre Camilleri mi è vicino perché siamo della stessa società, è una sorta di comunicazione familiare. D'altra parte devo dire che lo scrittore che mi ha più influenzato è stato Ed McBain: il modo in cui ho costruito Karitos trae spunto dai poliziotti che lui descrive, che sono dei poveracci e questi piccoli uomini mi hanno aiutato a scoprire Karitos.

Anche se in McBain c'è rabbia mentre in lei c'è ironia.

Sì, però il modo in cui descrive la sua città corrisponde al mio. Ha ragione McBain è molto arrabbiato, mentre in me c'è ironia e sarcasmo.

Ha delle abitudini di scrittura, dei riti?

Come dicevo prima, non riesco a cominciare a scrivere se non ho un'immagine davanti a me: a un certo punto compare e allora sono pronto. Non so mai dove vada a finire il racconto. E continuo a pensare: ora che cosa farà il poliziotto? E lentamente scopro dove sto andando. Quando ho scritto il mio ultimo libro, non sapevo assolutamente chi fossero gli assassini e perché avessero ucciso; poi, piano piano, seguendo Karitos, l'ho scoperto e devo dire che ho sofferto molto per quanto avevo capito, come del resto soffre il mio personaggio. Inoltre quando scrivo non posso fare nient'altro; in genere faccio molte cose insieme, scrivo un articolo, proseguo in una traduzione, faccio lezione all'università, ma quando mi metto a scrivere un romanzo, si ferma tutto.
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Vecchio 07-11-2008, 05.52.23
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Predefinito Cile - Roberto Ampuero



Primo romanzo di Roberto Ampuero in cui fa la sua comparsa Cayetano Brulé: un investigatore che per il fisico generoso e l’amore per la tavola potrebbe ricordare Nero Wolfe, per la propensione a farsi malmenare Philip Marlowe, per l’eccentricità dei suoi collaboratori Pepe Carvalho; in realtà Brulé rientra a pieno titolo in quella splendida, e in qualche modo indefinibile, compagnia costituita dai detective latinoamericani di ultima generazione che ormai affollano senza paura le nostre librerie.
Cayetano Brulè è innanzi tutto un incrocio di culture: nato a Cuba, emigrato in Florida prima dell’avvento di Castro, riparato in Cile per amore, non è certamente un apologeta del líder máximo, ma ha anche abbastanza anticorpi per non esaltare la nuova democrazia nata dalla transizione cilena sotto il vigile sguardo di Pinochet.
E siccome in qualche modo è un alter ego dell’autore (anche lui oscillante per ragioni personali e professionali tra Cile, Germania, Cuba e Stati Uniti), è giusto che la sua prima avventura si qualifichi come itinerante.
La tragica scomparsa, apparentemente per rapina, di Cristian Kustermann, avvenuta a Valparaíso e mai metabolizzata dal ricco padre (“impresario” come fastidiosamente viene definito dal traduttore invece che “imprenditore”), fornisce l’avvio cileno alla storia alla quale viene dedicata la prima parte del libro. La seconda sezione è invece ambientata a Bonn, dove pare che il giovane Cristian sia vissuto per diversi anni: in realtà ma dove Brulé scopre che invece è transitato dopo un lungo e segreto soggiorno a Cuba. E sull’isola si svolge la terza parte in attesa che tutti i nodi vengano al pettine nel finale, ancora una volta cileno.
In Chi ha ucciso Cristian Kustermann? Ampuero si muove con disinvoltura nelle pericolose secche del dopo-Pinochet, ma anche dell’ambiente degli esuli cileni, più o meno ideologizzati, più o meno addestrati dalla generosa isola castrista, tutti però, prima o poi, costretti a fare i conti con un realismo che appanna anche gli ideali più granitici. E così vecchi rivoluzionari rimangono a osservare mestamente le macerie della loro giovinezza; esuli temprati da mille avventure scoprono che la realtà del loro paese è più flessibile dei propri schemi mentali; duri e puri di un tempo hanno imparato ad arrotondare le entrate con il commercio di armi.
Il miracolo dell’autore è quello di tratteggiare una situazione molto fluida e molto suscettibile di prese di posizioni manichee in modo distaccato con un velo di sofferto cinismo, alla Marlowe appunto, che trasmette senza problemi al suo Cayetano Brulé, amante della tavola, del tabacco, degli alcolici, delle donne: insomma della vita, anche se è pronto a perderla per arrivare in fondo alla sua inchiesta.
Simpaticamente carvalhiani si stagliano sullo sfondo della sua indagine alcuni eccentrici personaggi: l’assistente nippocileno Bernardo Suzuki; Margarita de las Flores, direttrice di un’agenzia di collocamento di domestiche e frequentatrice occasionale del letto del detective; e una piccola corte dei miracoli (lo sciuscià, l’amico erotomane, giornalisti e poliziotti dal passato non sempre specchiato) che lo circonda e lo aiuta.
Un classico, insomma, che fa tesoro della Golden Age, ma che si apre anche alle nuove istanze del noir internazionale.

Voto 7.5

fonte: Massimo Carloni www.thrillermagazine.it

Ultima modifica di Teresa : 07-11-2008 alle ore 07.00.30.
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Vecchio 16-11-2008, 04.24.08
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Predefinito Svezia - Maj Sjowall e Per Wahloo



Secondo il parere del maestro del giallo nordico Henning Mankell: "Chi scrive dopo questi romanzi, si ispira a loro, in un modo o nell'altro". "Loro" sono i coniugi Maj Sjöwall e Per Wahlöö che in dieci anni, dal 1965 al 1975, hanno composto il "Decalogo dell'Ispettore Martin Beck", ovvero i dieci romanzi, uno per anno con le inchieste della squadra omicidi di Stoccolma. In Beck c'è assai poco della maniera maigrettiana, o di qualunque maniera, e del metodo-non metodico del commissario di Simenon. E non perché Beck non abbia una personalità, o perché il lettore non sia portato a simpatizzare con lui ma perché al contrario possiede una personalità variegata, cangiante col tempo, fatta di io diversi, come lo sono le personalità vere. In questo romanzo, una Stoccolma "calda", dove la polizia è impegnata ad arginare le proteste antiamericane per la guerra in Vietnam è sconvolta da una strage: i nove passeggeri di un autobus vengono uccisi a colpi di mitra. Tra le vittime c'è anche un sovrintendente che è il più giovane collaboratore di Martin Beck. Il poliziotto è rimasto coinvolto casualmente o era proprio lui nel mirino del folle omicida? Di quale caso si stava occupando? Cosa ci faceva su quell'autobus visto che non risultava in servizio? Sembra che nessuno dei colleghi o dei familiari sappia rispondere a questi interrogativi.

Recensione de L'Indice:
I patiti del genere possono tirare un sospiro di sollievo. Dopo qualche anticipazione ormai lontana nel tempo, da parte dei "Gialli" Garzanti, finalmente una casa editrice di grande prestigio letterario sembra aver preso la drastica decisione di pubblicare l'opera omnia del padre e della madre di un genere che, a partire dagli anni settanta, ha avuto meritato successo: il romanzo poliziesco europeo. Nulla di hardboiled, quindi, bensì più o meno tranquille indagini di poliziotti svedesi, spagnoli, greci, siculi, secondo i dettami dei loro illustri autori, troppo noti per essere elencati. I progenitori, oltre che essere svedesi (forse la difficoltà di trovare traduttori ne ha ritardato la pubblicazione in italiano), hanno la singolare caratteristica di essere comunisti svedesi, perciò inclini a fornire una visione inedita delle crepe nelle pur ragguardevoli conquiste del Welfare socialdemocratico. Il tutto, è questo il merito, senza distogliere l'attenzione dalla narrazione dell'enigma, affrontato con gli occhi di Martin Beck e dei suoi civilissimi colleghi (anche Gunvald Larsson, malgrado sia di destra, vesta alla moda, e perciò stia antipatico a tutti). Peccato che il pur prestigioso editore non consenta al lettore italiano una lettura piana e completa del testo: nella traduzione infatti manca l'intervallo di pagine 257-288 dell'edizione svedese, mentre vengono ripetute quelle dell'intervallo 225-256.
Gian Giacomo Migone


Se volete vedere un pò di recensioni, guardate qui
fonti: www.ibs.it e www.libreriauniversitaria.it


Ciao!
Teresa
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La parola è il proiettile più mortale, se riuscite a ficcarla nel bel mezzo della testa (Un luogo incerto di F. Vargas).
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Predefinito La donna che visse due volte





Tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio dei Cinquanta, Pierre Boileau e Thomas Narcejac scrissero circa venti romanzi, suddividendosi accuratamente i compiti: l'uno doveva occuparsi quasi unicamente della scrittura, l'altro dei personaggi, indipendentemente dal primo. Al centro di questo romanzo - da cui Hitchock ha tratto, rielaborandolo fortemente, il suo film con Kim Novak e James Stewart - la storia di un avvocato che s'innamora della donna che deve sorvegliare. Quando la donna muore suicida e sembra ricomparire in un'altra città, l'uomo non vedrà abbastanza, o vedrà troppo, per capire veramente in quale vertigine è caduto.

da www.ibs.it


Boileau-Narcejac Pierre Boileau (Parigi 1906 – Beaulieu-sur-Mer 1989) e Thomas Narcejac (pseudonimo di Pierre Ayard, Rochefort-sur-Mer 1908 – Nizza 1998), scrittori francesi, autori a quattro mani di romanzi polizieschi.
Pierre Boileau debuttò nel 1934 con il romanzo La pietra che trema, cui seguirono Le repos de Bacchus e Sei delitti senza assassino (1939). Thomas Narcejac, filosofo di formazione, si interessò inizialmente al romanzo poliziesco dal punto di vista critico, ed esordì come romanziere con L’assassin de minuit (1946) e La mort est du voyage (1948). Il sodalizio artistico tra i due diede subito vita a uno dei capolavori del genere poliziesco, I diabolici (1952), di cui Henri-Georges Clouzot fece, nel 1954, una felicissima trasposizione cinematografica.

I romanzi di Boileau e Narcejac, spesso ambientati in provincia e costruiti con grande rigore, lasciano ampio spazio allo studio psicologico dei personaggi e sono caratterizzati da un’angosciosa tensione. Lo svolgimento dell’inchiesta, in cui sovente è la vittima stessa a condurre l’indagine, porta invariabilmente i protagonisti a dover fare i conti con una realtà artificiosa, impossibile da circoscrivere e decifrare in quanto frutto delle macchinazioni di personaggi malevoli.

Tra i numerosissimi romanzi pubblicati dalla coppia del giallo francese si ricordano La donna che visse due volte (1954), da cui Alfred Hitchcock trasse l’omonimo film, Gli indemoniati, In fondo al pozzo e Il paese dell’ombra (tutti del 1955), Il sepolcro d’acqua (1960), Operazione primula (1973), L’âge bête (1978), Les eaux dormantes (1983), Terminal (1992).
Considerati tra i più acuti teorici del romanzo poliziesco, Boileau e Narcejac hanno anche scritto, singolarmente e in coppia, diverse opere critiche attinenti al genere, tra cui Il romanzo poliziesco, una macchina per leggere (1975), Esthétique du roman policier (1947) e Le cas Simemon (1950).


fonte:http://it.encarta.msn.com/encycloped...-Narcejac.html
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Vecchio 12-02-2009, 23.58.54
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Predefinito Boileau - Narcejac

Di Pierre Boileau e Thomas Narcejac si trova proprio ora in edicola uno splendido Giallo Mondadori, Il quarto colpo. Consigliato!

http://blog.librimondadori.it/blogs/...to-colpo-1213/
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Matteo
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Vecchio 16-02-2009, 20.11.17
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Predefinito Da Cuba Josè Latour



Uno legge in fondo al volume le scarne note bio-bibliografiche di José Latour (1940), che tra l’altro sono la fedele traduzione di quel poco che circola, in inglese, su Internet, e si fa una certa idea dello scrittore.
Cubano, dopo aver scritto in spagnolo sei romanzi, esordisce con successo in inglese col thriller precedente a questo, Lontano da Cuba; notizie, questa volta reperite in Rete, lo indicano come ex importante funzionario dell’establishment nonché ancora residente nell’isola caraibica (anche se alcune fonti non controllabili sulla Rete lo danno trasferito da poco in Spagna). L’insieme di questi fatti ci dà la giusta chiave di lettura di questo bel thriller che inizia e termina, letteralmente, nel nome del protagonista Ariel Landa.

Landa è un duro ma puro che crede negli ideali socialisti, ha combattuto a suo tempo in Angola e ora vivacchia senza grandi speranze per l’avvenire dopo aver vista interrotta una promettente carriera di analista finanziario del mercato dello zucchero. Altro grande amore della sua vita sono le donne che, in verità, nel romanzo e nella sua vita non mancano né in quantità né in varietà: l’ex collega dei tempi d’oro Sheila, la dentista Cristina e l’archeologa (ma in realtà agente della Dea americana) Virginia.

Un bel giorno Landa viene contattato da un vecchio compagno d’armi e d’avventure in Africa, Maximiliano Arenas, che, a differenza sua, ha fatto carriera all’interno del regime, e invitato a riprendere la sua professione d’una volta al servizio del paese; avrà come base il Messico per aggirare l’embargo statunitense a Cuba: di qui, tra l’altro, il fuorviante titolo italiano mentre quello originale si attaglia perfettamente al protagonista Landa col quale, evidentemente, l’autore si sente in sintonia se il romanzo viene dedicato “ai molti allocchi di questo mondo, da un loro fratello”.
Ora, senza svelare alcunché dell’intreccio, è possibile tuttavia sottolineare l’improba fatica di Latour per conciliare l’inconciliabile: a partire dalla volontà di esprimere una realtà schiettamente cubana, ma nella lingua degli odiati yankees, per arrivare a una critica dell’esistente senza per questo attirarsi gli strali dell’occhiuta censura castrista.

Così si parla della vasta e ramificata corruzione degli apparati del regime, ma si fa risalire il tutto a scelte individuali e non di sistema. Si parla anche di intollerabili situazioni di privilegio, come quella che permette a Luisa Saragat di vivere in una lussuosa residenza pre-rivoluzione e da lì intessere le sue trame politico-sentimental-affaristiche, ma ci si salva l’anima con lo stupore un po’ indignato dell’ingenuo Ariel Landa.
Il quale, quando poi approda in Messico e si trova ben presto braccato dalla Dea e dalla polizia messicana, impersonata dall’ambiguo capitano Andrés Ruiz, si troverà a cercare rifugio tra gli ultimi discendenti dei maya i quali, in un impeto di istintiva solidarietà di classe, lo aiutano e lo proteggono fino al sorprendente finale (che abbia agito un’inconscia reminiscenza dell’ultima avventura del “Che”?).
Latour quindi mette sotto accusa la corruzione della società cubana anche e soprattutto a causa della droga, ma non ha il coraggio di tirare fino in fondo le conclusioni della sua analisi: l’impianto castrista del regime è sostanzialmente immune da critiche, rimane solo la debolezza dei singoli individui e/o cordate di fronte alle enormi somme messe in gioco dal cartello della droga per accaparrarsi i servigi di alti funzionari e ufficiali delle forze armate.

Ma il sistema ha, secondo Latour, in sé, e soprattutto nel suo passato, gli anticorpi giusti: e nell’epilogo riemerge la figura, consolatoria a tutti gli effetti, del padre di Ariel, Paco, integerrimo militante della rivoluzione che ha il compito di rappresentare, assieme a suo figlio (il “fool” del titolo) l’anima buona, ingenua della rivoluzione castrista che però ha buone possibilità di ottenere giustizia.
Se si dovesse giudicare Embargo da ciò che sottintende, saremmo francamente in imbarazzo: ma siccome il nostro compito è quello di valutare il thriller per quello che è, all’interno del suo genere, tralasciamo le crisi di coscienza politiche e/o personali di Latour e ci complimentiamo per la tessitura di una storia, davvero non banale, e, per molti aspetti magari involontari, profondamente rivelatrice degli attuali equilibri economico-politici cubani.

Voto: 7
fonte:www.thrillermagazine.it
articolo di Massimo Carloni
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Ultima modifica di Teresa : 17-02-2009 alle ore 08.45.05.
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Vecchio 17-02-2009, 22.13.27
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bè, non so se possa definirla poco conosciuta o se appare altrove nel forum ma sento di citare qui Alicia Gimenez Bartlett e la sua ispettrice Petra Delicado.
Siamo nella Barcellona di Pepe Carvalho, certo senza raggiungere il maestro Vazquez Montalban ma con analoga ironia al femminile, sette libri tradotti in dieci anni, godibilissimi, che consiglio sorseggiando uno sherry e con un bolero in sottofondo.
Questa la sequenza

Riti di morte (Ritos de muerte), 1996;
Giorno da cani (Día de perros), 1997;
Messaggeri dell'oscurità (Mensajeros de la oscuridad), 1999;
Morti di carta, 2002;
Serpenti nel paradiso (Serpientes en el paraíso), 2002;
Un bastimento carico di riso (Un barco cargado de arroz), 2004;
Nido vuoto (Nido vacío), 2007.
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Vecchio 19-02-2009, 08.47.35
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bè, non so se possa definirla poco conosciuta o se appare altrove nel forum ma sento di citare qui Alicia Gimenez Bartlett e la sua ispettrice Petra Delicado.
Siamo nella Barcellona di Pepe Carvalho, certo senza raggiungere il maestro Vazquez Montalban ma con analoga ironia al femminile, sette libri tradotti in dieci anni, godibilissimi, che consiglio sorseggiando uno sherry e con un bolero in sottofondo.
Questa la sequenza

Riti di morte (Ritos de muerte), 1996;
Giorno da cani (Día de perros), 1997;
Messaggeri dell'oscurità (Mensajeros de la oscuridad), 1999;
Morti di carta, 2002;
Serpenti nel paradiso (Serpientes en el paraíso), 2002;
Un bastimento carico di riso (Un barco cargado de arroz), 2004;
Nido vuoto (Nido vacío), 2007.

Ciao zio fred, va benissimo parlarne qui. Ne avevo fatto un breve cenno nel thread che ti indico sotto, ma parlavo di uno solo dei libri che tu hai menzionato.
Anche per questa scrittrice, con quale libro consigli di cominciare? Anche qui bisogna andare in sequenza?

I misteri del cibo


Teresa
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Ultima modifica di Teresa : 19-02-2009 alle ore 12.06.23.
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Vecchio 19-02-2009, 21.02.21
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E' importante cominciare con RITI DI MORTE dove si incontrano per la prima volta l'ispettrice Petra ed il suo vice che poi appariranno sempre in coppia in seguito.
Per gi altri libri non è così importante la sequenza perchè sono abbastanza autonomi.

Sempre a Barcellona è ambientato MISTERO DI STRADA di Ledesma che occhieggia nella mia libreria ma non ho ancora letto. Dovrò sbrigarmi perchè è già uscito il seguito.
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Vecchio 19-02-2009, 21.10.19
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E' importante cominciare con RITI DI MORTE dove si incontrano per la prima volta l'ispettrice Petra ed il suo vice che poi appariranno sempre in coppia in seguito.
Per gi altri libri non è così importante la sequenza perchè sono abbastanza autonomi.
Benissimo...aggiunto alla mia Lista desideri di Teresa

Grazie!
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Predefinito Norvegia - Karin Fossum

E' stata appena nominata questa scrittrice, ma vorrei suggerire un paio di libri suoi:

Karin Fossum è una scrittrice norvegese, sul genere poliziesco.
Ha iniziato la sua carriera artistica pubblicando una raccolta di poesie e,dopo una pausa di 14 anni ha ripreso a pubblicare. Vincitrice nel 1997 di un premio per il miglior romanzo gialli scandinavo: Lo sguardo di uno sconosciuto




Un minuscolo villaggio sulle coste norvegesi è in preda al panico: è scomparsa una bambina di sei anni. Sulle tracce della bimba, la polizia si imbatte in un'altra tragedia, già compiuta: poco lontano, sulle sponde di un fiabesco laghetto immerso nel bosco, trova il corpo nudo di una giovane donna; è intatto benché lei sia stata affogata con premeditazione. Annie Holland aveva solo quindici anni. Chi l'ha aggredita deve averla colta alla sprovvista, oppure, la conosceva anche troppo bene. Da Oslo arriva il pacato ispettore Sejer, incaricato del caso; e le sue indagini, dilavano il nordico lindore del borgo stanando tutto ciò che è sepolto e nascosto.

Voto IBS: 4.3/5



Una coppia trascorre la domenica passeggiando nel bosco. All'improvviso la giornata viene stravolta: qualcosa è steso ai piedi di un albero, un bambino nudo dalla vita in giù. Morto. I due chiamano la polizia, ma prima che arrivi, Kristine vede con orrore che il marito scatta fotografie della scena con il cellulare. L'ispettore Sejer scopre subito che il bambino era Jonas Lowe, otto anni, e aveva passato la notte a casa di un amico. Ma non ha indizi. Perciò cerca tutti i pedofili noti della zona, interroga i bambini, i genitori e gli insegnanti, senza trovare nulla. E le cose peggiorano quando scompare un altro bambino.

Voto IBS: 4.33/5

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Vecchio 30-04-2009, 20.33.12
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Predefinito Vietnam - Le sorelle scrittrici Tran Nhut



Sintesi Unilibro:
Questa volta è il Vietnam del Sud a fare da sfondo a quella che forse è la più importante - per sé, se non per tutto il Paese - indagine del Mandarino Tan. Accompagnato dal fedele amico Dinh, il detective torna, per un breve soggiorno, al paese natale. Ma il romanzo del ritorno presto si trasforma in un giallo ricco di suspense. Succede di tutto. L'anziana madre lo prende per il marito scomparso da venticinque anni; il fantasma di una vergine aggredisce e violenta chi si avventura nella giungla; un uomo muore per autocombustione; il capitano delle guardie cerca di farsi violentare dal fantasma esibendosi in uno spogliarello da manuale. E gradualmente, le verità sui delitti recenti si annodano a quelle dei misteri del passato...

La recensione su www.thrillermagazine è più che ottima

Ciao!
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Vecchio 19-05-2009, 21.20.08
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Predefinito Dalla Germania - Jakob Arjouni



Arjouni, noto drammaturgo tedesco che usa il cognome della prima moglie turca, esordì giovanissimo nel 1985 con Happy Birthday, turco!, che venne filmato da Doris Dörrie e rivitalizzò il noir tedesco introducendo un detective di origine turca.
A quattordici anni, Jakob Arjouni scappa dal collegio ogni giovedì per giocare a biliardo nel quartiere a luci rosse di Francoforte. Scopre Hammett, Chandler, i film di Sergio Leone.
Dopo la maturità, migra a Montpellier fingendo di studiare.
Per tenersi a galla mentre scribacchia vende costumi da bagno e noccioline.
Quando Diogenes, eccellente editore tedesco, decide di puntare tutto su questo ventunenne acqua e sapone, il giallo “alla tedesca” è in rovina.
Jakob viene consacrato “enfant prodige” dalla stampa, la Germania del “genere” tira un sospiro. Happy Birthday turco va in classifica, Doris Dörrie ci cava un film di cassetta. Bullo e spaccone, Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, apre nel lontano 1985 il filone europeo dell’etno-thriller. In Europa ci si tuffano in molti. In uk, dove sono freddini con le novità dal continente, Kayankaya verrà scoperto solo nel 2007. Ma anche lì, per Jakob Arjouni tutti oggi fanno a gara con i complimenti.

Ha scritto vari libri:

Carta straccia (?)
Magic Hoffmann (1996)
Un amico (1999)
Kismet Destino (2008)
Happy brithday, turco! (2009)

Vi propongo Kismet Destino, definito il più ruvido, simpatico, ridanciano:



Tutto inizia con un favore.

Kayankaya, detective turco-tedesco, e Slibulsky, suo amicone e piccolo imprenditore nel settore gelati, accettano di proteggere il buon Romario, titolare del Saudade, ristorantino brasileiro, da una banda di ricattatori, l’Esercito della ragione. Favore che si traduce in un disastro: i due malviventi vengono stesi in un bagno di sangue, e per i tre superstiti è l’inferno.

Dietro il fantomatico Esercito della ragione c’è un gruppo di nazionalisti croati tragicamente ben infiltrati nel mondo industriale e nelle istituzioni di Francoforte.
Che si destreggi in una festa “birra e gelati” in casa Slibulsky, che bastoni con taglienti verità un corrotto funzionario comunale, che stani un viscido industrialuccio dell’alimentare, con il suo fare da bullo Kayankaya riesce a toglier se stesso e gli altri dalle rogne, salvando tra l’altro una ragazzina croata dal bordello garantito.
E si rivela un testimone eccellente del disastro etno-metropolitano che affligge mezzo mondo.
Un canovaccio quasi teatrale che fa ridere e sospirare.

fonte:www.marcosymarcos.com

Ciao!
Teresa
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Arjouni, noto drammaturgo tedesco che usa il cognome della prima moglie turca, esordì giovanissimo nel 1985 con Happy Birthday, turco!, che venne filmato da Doris Dörrie e rivitalizzò il noir tedesco introducendo un detective di origine turca.
A quattordici anni, Jakob Arjouni scappa dal collegio ogni giovedì per giocare a biliardo nel quartiere a luci rosse di Francoforte. Scopre Hammett, Chandler, i film di Sergio Leone.
Dopo la maturità, migra a Montpellier fingendo di studiare.
Per tenersi a galla mentre scribacchia vende costumi da bagno e noccioline.
Quando Diogenes, eccellente editore tedesco, decide di puntare tutto su questo ventunenne acqua e sapone, il giallo “alla tedesca” è in rovina.
Jakob viene consacrato “enfant prodige” dalla stampa, la Germania del “genere” tira un sospiro. Happy Birthday turco va in classifica, Doris Dörrie ci cava un film di cassetta. Bullo e spaccone, Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, apre nel lontano 1985 il filone europeo dell’etno-thriller. In Europa ci si tuffano in molti. In uk, dove sono freddini con le novità dal continente, Kayankaya verrà scoperto solo nel 2007. Ma anche lì, per Jakob Arjouni tutti oggi fanno a gara con i complimenti.

Ha scritto vari libri:

Carta straccia (?)
Magic Hoffmann (1996)
Un amico (1999)
Kismet Destino (2008)
Happy brithday, turco! (2009)

Vi propongo Kismet Destino, definito il più ruvido, simpatico, ridanciano:



Tutto inizia con un favore.

Kayankaya, detective turco-tedesco, e Slibulsky, suo amicone e piccolo imprenditore nel settore gelati, accettano di proteggere il buon Romario, titolare del Saudade, ristorantino brasileiro, da una banda di ricattatori, l’Esercito della ragione. Favore che si traduce in un disastro: i due malviventi vengono stesi in un bagno di sangue, e per i tre superstiti è l’inferno.

Dietro il fantomatico Esercito della ragione c’è un gruppo di nazionalisti croati tragicamente ben infiltrati nel mondo industriale e nelle istituzioni di Francoforte.
Che si destreggi in una festa “birra e gelati” in casa Slibulsky, che bastoni con taglienti verità un corrotto funzionario comunale, che stani un viscido industrialuccio dell’alimentare, con il suo fare da bullo Kayankaya riesce a toglier se stesso e gli altri dalle rogne, salvando tra l’altro una ragazzina croata dal bordello garantito.
E si rivela un testimone eccellente del disastro etno-metropolitano che affligge mezzo mondo.
Un canovaccio quasi teatrale che fa ridere e sospirare.

fonte:www.marcosymarcos.com

Ciao!
Teresa

Ne ho letti un paio una dozzina d'anni fa: carini, divertenti, scorrevoli. Più della trama gialla in sé, è interessante il contesto della società tedesca e del rapporto con la minoranza (grossa minoranza) turca
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