Discussione: Roberto R. Corsi
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Vecchio 21-05-2008, 23.31.26
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Originalmente inviato da luciana Visualizza messaggio
Ok Roberto, ho letto il tuo L'indegnità a succedere.
L'impressione che ne ho avuta è che sei un poeta ermetico, decisamente ermetico, e che possiedi una cultura sicuramente più vasta della mia.
Per me la limpidezza di una poesia sta nella sua semplicità. E io le tue poesie non le ho trovate semplici.
Ne ho colte alcune molto delicate, come Obitorio palestinese, Bismantova Ferragosto (lo sapevi che la pietra di Bismantova è detta anche la pietra dei suicidi?), Allegro assai, Ae[s]stas (per caso nuotavi sott'acqua a occhi aperti?), Tiresia, Studio su una medusa, Movente passionale (di cui ho trovato molto bello il finale).
Mi sei sembrato più arrabbiato in Getsemani che in Dies Irae.
Mi ha incuriosta Cassandra, di cui ho apprezzato tutta la prima parte, ma della quale non ho compreso la fine.
Teorema di Pitagora dovrebbe essere un amore passionale dove lei da amante ha cercato di diventare moglie?
In Missa Brevis mi chiedevo cosa può rispondere Nostro Signore, da uomo a uomo, a un uomo che gli parla di donne? Di fare a modo, vero?
Nella dedica finale che è Ars Poetica ti ho trovato più umano che altrove.
Ho notato che, dal punto di vista stilistico, differenzi l'uso del corsivo dallo stampato. Che significato ha per te?

Allora, Cara Luciana
In primo luogo ti ringrazio di cuore per la tua fiducia e per avere intrapreso il pericolosissimo viaggio nelle elucubrazioni del sottoscritto.

Partiamo da presupposti diversi: io - ed è un atteggiamento personalissimo, che mi guardo bene da sbandierare come necessario, ma in cui credo molto - non dissocio la poesia da un certo carattere criptico, da una qualche complicazione/codificazione della realtà. Semplicemente, vedo in questo una delle sue cifre: se uno ricerca la massima semplicità, penso che dovrebbe privilegiare altre forme di espressione.
Mi potresti rispondere: allora scrivi per te stesso e ti chiudi agli altri...
Penso che questo sia scongiurato dal fatto che ogni lettore è sovrano, può e deve (senza averne paura) spingersi a fare propria una poesia attraverso la sua interpretazione. E questa interpretazione deve essere assai poco "ricerca di quello che l'Autore intende dire", bensì sempre più "ricerca di ciò che la poesia mi ha intimamente suggerito". Ars poetica è proprio un invito in questo senso...
Infine, il "problema" della mia cultura e della mia erudizione. Dico "problema" perché avverto spesso nei miei lettori una scissione tra mito ed esistenza. Usando figure antiche, musicali, mitologiche, religiose, io le contamino col mio vissuto. Del resto faccio perfino ricredere Protagora o Zenone, cosa che non potrei mai provare documentalmente, no?? ;-)
Cosa spinge, oggi, il lettore lontano dalla percezione della cultura come modello "vivo", capace di dire qualcosa anche a livello esistenziale, di attecchirsi indissolubilmente al vissuto? Canetti, ne La lingua salvata, dice più o meno: io sono le mie letture giovanili. Senza bestemmiare, io vorrei portarvi ad un discorso simile.

La mia personalissima risposta è quella per cui oggi c'è una certa qual stanchezza nel lettore, il quale non ha la voglia o la forza di allontanarsi da ciò che è facile o che ha acquisito...
Non è questo il tuo caso: i rilievi che hai mosso ad alcune mie poesie mi sono piaciuti, li lascio volutamente senza risposta (soprattutto Cassandra) sperando di averti aiutato con quanto ho scritto sopra.
Uso il corsivo, credo, come stratificazione del ragionamento: immagina che io stia rimuginando su "schegge" di quanto ho detto appena prima....

Ancora grazie e se vuoi approfondire sono qui (sia pur "a rilento" ancora per qualche settimana...)

Roberto

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Roberto R. Corsi

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Il sapere non è che una grafia
con cui ciascuno nasconde ciò che sa
.
(A. Bevilacqua)
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